A proposito di Intelligenza Artificiale, di Francesco Riggi


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Categorie: Scienza e Tecnologia   Cinema

La crescita esponenziale di attenzione in questi ultimi mesi verso la questione dell'Intelligenza Artificiale dimentica talvolta che in realtà questa questione è vecchia di almeno 70 anni, cioè da molto prima che computer, cellulari, app, siti di informazione, algoritmi,.. fossero a disposizione praticamente di chiunque. Se il termine Intelligenza Artificiale (AI, Artificial Intelligence) è stato coniato nel 1955 da McCarthy, già molto prima di questa data, nel 1936, il matematico inglese Alan Turing aveva ideato il concetto di una macchina universale, cioè di una macchina che potesse lavorare su problemi differenti, cambiando programma di calcolo: una macchina cioè programmabile, costituita non solamente dall'hardware (la sua struttura fisica) ma anche dal software (insiemi di istruzioni modificabili). Le macchine meccaniche esistenti fino a quel momento erano infatti predisposte ad eseguire un solo e ben determinato lavoro, non erano in altri termini programmabili.
Ma nel 1950 Turing affronta già la questione dell'Intelligenza Artificiale ponendo all'inizio del suo articolo "Computing Machinery and Intelligence" la domanda fondamentale "Can machines think?", "Le macchine sono in grado di pensare?", una domanda che in qualche modo è rimasta nascosta dietro le quinte dei risultati dell'informatica di questi ultimi decenni e che sta tornando in modo prepotente alla ribalta.
Turing tenta di dare una risposta alla questione in modo pragmatico, cioè stabilendo una procedura - il test di Turing per l'appunto, come è stato chiamato da quel momento in poi - che consenta di stabilire se le risposte fornite da una macchina siano o no distinguibili da quelle fornite da una persona umana. Per fare questo immaginiamo, come fece Turing, di svolgere un gioco (The imitation game, o gioco dell'imitazione), al quale tre partecipanti prendono parte: un giudice (umano), una persona e una macchina, dislocati in 3 ambienti separati. Il giudice può comunicare con gli altri due partecipanti, ponendo domande e ricevendo risposte. Dopo un tempo prefissato, il giudice dovrà stabilire quale degli altri due partecipanti sia una persona e quale sia una macchina. Turing previde che di lì a pochi decenni, l'evoluzione delle macchine sarebbe stata tale che il giudice non avrebbe potuto stabilire con certezza da chi stesse ricevendo le risposte, se da un altro essere umano o da una macchina. Da questo punto di vista si può dire allora che uomo e macchina sarebbero indistinguibili nel giocare questo gioco. È questo un criterio sufficiente per stabilire che le macchine hanno una loro intelligenza? Domanda ancora aperta nel dibattito odierno, ma veniamo ad un altro aspetto.
Alan Turing è stato anche un precursore nell'indicare delle strade alternative per risolvere dei problemi da parte di un algoritmo. Non si tratta della velocità di calcolo, enormemente superiore a quella degli esseri umani, cosa sulla quale nessuno ha dubbi e che non crea nessun problema. Si tratta di introdurre un modo di affrontare i problemi che è tipico degli esseri umani: partire dall'esperienza passata per aumentare la nostra conoscenza del mondo e capire come comportarsi in situazioni nuove. Gli algoritmi di machine learning, come vengono genericamente chiamati oggi, cercano di mimare il comportamento della mente umana, imparando dalla conoscenza di innumerevoli situazioni passate e modificando il proprio comportamento di conseguenza: anziché essere basati su procedure deterministiche e ripetitive, modificano, per così dire, le proprie istruzioni, per fornire una risposta di fronte a casi che non si sono ancora presentati. Dal punto di vista del cervello umano, se lo immaginiamo come un enorme numero di cellule interconnesse, è come se queste interconnessioni venissero modificate in base a ciò che è già avvenuto nella nostra vita. L'esperienza del bambino infatti non è la stessa di un adulto. L'adulto - si dice - ha imparato dall'esperienza, e ne tiene conto per capire come comportarsi nelle azioni future. Turing immaginò la possibilità, per una macchina, di modificare le proprie connessioni, non quelle hardware, ma le istruzioni software, in base alla lettura dei casi e delle relative risposte note, per affrontare nuovi casi, non conosciuti in precedenza.
Gli algoritmi di autoapprendimento sono ormai divenuti di utilizzo routinario nella maggior parte delle scienze e in molti aspetti della vita pratica. Sono alla base del riconoscimento delle immagini, della guida automatica dei veicoli, del riconoscimento della voce, delle previsioni finanziarie e di numerose altre applicazioni, senza che nessuno abbia mai sollevato la questione se l'uomo sia stato superato dalla macchina, o se il lavoro dei ricercatori sia stato reso inutile dall'utilizzo di questi programmi.
Cosa c'è di altro allora in ciò che sta avvenendo negli ultimi anni, tanto da far preoccupare educatori, teologi e gli stessi uomini di scienza? Quali sono le questioni legate all'utilizzo di certi aspetti dell'Intelligenza Artificiale? Che possibilità offrono le ultime conquiste relative all'Intelligenza Artificiale? Quali sono i nodi etici da affrontare? È un lavoro che non possiamo esimerci dall'affrontare e su cui intendiamo offrire dei contributi.

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