Adrien Candiard, Sulla soglia della coscienza. La libertà del cristiano secondo Paolo, di Santo Distefano


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Poesia e Narrativa

Se è vero che ognuno di noi, cristiano o meno, acconsentirebbe istantaneamente, probabilmente senza pensarci troppo (anzi, senza pensarci affatto) ad ammettere San Paolo nel canone dei padri fondatori della dottrina cristiana (e della cultura e civiltà occidentale tutta) lo è anche il fatto che, come ci avverte Adrien Candiard, nessuno di noi abbia effettivo sentore di colui, ovvero Paolo, che resta in realtà "un illustre sconosciuto che si legge ogni settimana senza che si arrivi a conoscerne niente".
E il motivo è presto detto dato che, nella realtà, Paolo si legge settimanalmente, a spezzoni citati "senza elementi di contesto, senza spiegazioni, senza, il più delle volte, essere ripresi nell'omelia del sacerdote (che deve già molto darsi da fare per spiegare il vangelo)". Per di più espressi con il noto suo stile "complesso e sintetico".
Ma ad Adrien Candiard, enfant prodige entrato ventiquattrenne nell'ordine domenicano, dopo una parentesi politica, interessano esclusivamente le "grandi questioni" ovvero quelle che (bene al di là da preoccupazioni esegetiche o stilistiche) toccano il profondo della vita reale di ciascuno, prete o laico che sia. E qualora si pensasse che il problema posto dal sacerdote sia quello di comunicare una salvifica libertà ai suoi fedeli l'autore deve avvertirci, dalle primissime pagine, che è proprio l'opposto.
Quanti di noi, in verità, sono andati dal prete (chi scrive ne ha conosciuti di grandissimi) per ricevere semplici e comode "istruzioni per l'uso" in grado di far fronte ai grandi, come ai piccoli, problemi della vita: dalla scelta degli studi, al lavoro, la fidanzata, l'educazione dei figli, eccetera? E chi tra noi non era, anzi è, pronto alle più grandi e gravi forme di obbedienza e immolazione di sé, magari con la faccia un po' triste, per sentirsi sbrigativamente a posto con la propria coscienza? Candiard/Paolo liquidano la questione in un modo che piè trenchant non si può: quanto più ci si avvicina ai punti nodali del vivere (amare, nascere, morire) nulla, soprattutto ciò che è utile giusto, giova senza un intimo e consapevole.
Ma perché doversi allora inventare un nuovo capolavoro sulla libertà (parole chiave del libro) quando ne abbiamo uno che, nella sua brevità, ovvero la Lettera di San Paolo a Filemone, illustra ampiamente tutto quanto c'è da sapere in soli venticinque monumentali versetti? Si tratta allora di riportare il testo integrale della lettera, come fa l'autore in questo libro, e di scovarvi i punti nodali della mens paolina ivi presenti. E chissà, poi, di poterli rintracciare da noi tutte le volte in cui ci imbattiamo nei testi paolini, integrali o "seconde letture" che siano.
Allora sarà il tema della libertà ciò che verrà scovato in tutti gli antri di questa lettera, a partire dal punto in cui l'Apostolo invita perentoriamente l'amico Filemone a sentirsi "libero" di accogliere la sua richiesta di riconsiderare (non abolire) la condizione di schiavitù in cui versa Onesimo. E questo è incomparabilmente più urgente anche dello sconfinato debito che Filemone stesso ha nei confronti di colui, ovvero Paolo, cui deve il dono della conversione.
Ed è proprio la conversione ciò cui si riferisce Paolo in tutti suoi intendimenti e propositi. Lui, il maestro, il sommo educatore, non vuole convincere né forzare alcuno (lui che ne avrebbe bene il diritto) quanto scatenare in tutte le persone e comunità incontrate quello stesso avvenimento a lui personalmente accaduto, sulla Via di Damasco, senza il quale nessuna scelta morale è pensabile, se non dannosa (e gli esempi riportati in tal senso da Candiard sono tanti, spesso ben noti e comunque assai dolorosi).
Allora perché perdere l'occasione di comprendere, finalmente, quelle parole che ascoltiamo ogni settimana e che potrebbero, realmente, rischiare di cambiare la nostra vita?

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