Deserto. Il romanzo di Mosè, di Caterina Blandini


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Poesia e Narrativa  

Jan Dobraczynski, romanziere cattolico polacco del '900 è noto per i suoi romanzi storici di successo (Sotto le mura di Vienna) e per le sue biografie romanzate di personaggi del Nuovo Testamento (L'ombra del Padre. Il romanzo di Giuseppe; Lettere a Nicodemo). In Deserto. Il romanzo di Mosè, edito in Italia da Morcelliana, affronta la figura principale dell'Antico Testamento.
Due considerazioni emergono facilmente in chi si accosta alla lettura di questo romanzo. La prima è la modernità del protagonista. Dobraczynski, colmando una distanza temporale di millenni, ci presenta un Mosè (al tempo del quale la Tradizione attribuisce la redazione del Genesi) che ci appare un contemporaneo, con i suoi dubbi e i suoi travagli interiori. L'autore non intende offrire una biografia completa di Mosè, cronologicamente ordinata. Nel racconto, infatti, sono tralasciati gli episodi fondamentali della vita di Mosè (la giovinezza alla corte del faraone, il roveto ardente, la consegna delle Tavole della Legge).
La narrazione si concentra sulla maturazione interiore del protagonista, nel quale la fede e l'obbedienza convivono con il dubbio e l'aridità spirituale. C'è il rifiuto del popolo che deve guidare verso la terra Promessa ("una generazione di pavidi, di schiavi... Gli pareva che gli fosse più vicino il faraone, quel sovrano schiacciato da Dio, che la gente per la quale aveva inflitto a costui la sventura. Per coloro che aveva salvato non avvertiva neppure il minimo moto di affetto", pag. 79). È una condizione esistenziale di solitudine e di nostalgia verso il passato, verso la moglie che ha dovuto abbandonare ("camminava da solo in testa al corteo. Nessuno dei capi lo accompagnava. Che cosa lo legava al popolo? Nulla eccettuato il comando divino. Quelli che amava non c'erano più. Zippora se ne era andata portando con sé entrambi i figli... Procedeva con in mano il bastone, colmo di dolore e lo seguirà una folla a lui estranea", pag. 82). Solitudine, dubbi, lacerazione interiore, invocazioni ad un Dio che spesso tace: sono gli elementi di una religiosità moderna che rende il personaggio di Mosè a noi vicino, familiare. Lo stesso titolo del romanzo (Deserto) ha una accezione tipicamente moderna.
La seconda osservazione è l'emergere nel romanzo della verità del popolo di Israele. Michele Campiotti, nella sua recensione sulla rivista Tracce, applica giustamente al romanzo una citazione di Luigi Giussani: "la storia del popolo ebraico è il preavviso di ciò che sarebbe accaduto a tutta l'umanità" (Giussani in "Generare tracce nella storia del mondo"). E, più in profondità, in alcuni volti del romanzo c'è una anticipazione della novità cristiana, dell'amore che vince: ("Atti e parole che sono annuncio di altri atti e parole", pag. 234). In Mosè, che alla fine della sua vita diventa misericordioso verso chi sbaglia, che ripudia la violenza. E ancora di più nel personaggio di Noa. Si tratta di una ragazza orfana che appartiene alla tribù di Giuda. La sua fede tenace e profonda non crolla nemmeno davanti alle profonde sofferenze che Jahvè non le risparmia, né dopo il tradimento di Uta, sorella amata ("all'improvviso le balenò come un lampo, un'idea: questa mancanza di misericordia è forse il segno di una misericordia più grande?") Ancora di più, dopo il tradimento di Salomone, l'uomo che ama e per il quale offre la vita. In questo sacrificio della vita in nome di un Amore più grande, veramente Noa è "figura" di Cristo.
Oltre che per la profondità e la densità di significato, il romanzo è ricco di avvenimenti e di personaggi descritti vividamente (Eleazar, Aronne, Balak, Balaan, Giosuè) che ne rendono gradevole e avvincente la lettura.

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