Il pane perduto di Edith Bruck, di Franca Rizzo


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Categorie: Narrativa

"Dopo la partenza di Aron e Miki, che mi aveva dato il primo bacio, scandalizzando e indignando Judit, ci decidemmo a partire, con dei soldati ungheresi che nel frattempo avevamo incontrato lì in abiti civili. Ci giurarono di non essere fascisti, ci pregarono di poter venire con noi, perché chissà quando sarebbero potuti tornare a casa e dove sarebbero finiti. Non avevano alcun documento e dovevano essere clandestini. "Che fare?" ci chiedemmo di nuovo. "E che dire? Ricominciare con l'odio, con la vendetta, credergli o no? A dire di sì, c'era la speranza che non sarebbero stati più fascisti" (Il pane perduto, pagg. 62-63).
Nel romanzo Il pane perduto, in un tono asciutto e in un italiano che la stessa scrittrice definisce naif, Edith Bruck inizia la sua storia come una favola: "Tanto tanto tempo fa c'era una bambina che, al sole della primavera, con le sue treccine bionde ballonzolanti correva scalza nella polvere tiepida". La favola si interrompe bruscamente nel '44 quando, appena tredicenne, con la numerosa famiglia ebrea viene strappata dal suo paese per iniziare un viaggio dell'orrore attraverso i campi di concentramento di Auschwitz, Dachau, Bergen-Belsen.
Sopravvive miracolosamente insieme alla sorella Judit a situazioni che sono sempre ad un passo dalla morte grazie anche, come efficacemente descrive, all'intervento di cinque luci, fari che impediscono al male di annientarla.
Sono cinque episodi straordinari che testimoniano come, anche nel luogo del male assoluto, può farsi strada una umanità che riscatta la violenza gratuita. Tutto il romanzo è permeato da questo insopprimibile senso della speranza e l'attesa del compimento di un bene. La Bruck lo rintraccia soprattutto nella educazione alla gratuità, solidarietà e capacità di sacrificio che ha imparato in famiglia. "L'educazione - afferma in una intervista - a non lasciarsi spogliare dalla propria umanità".
Ancora più interessante la seconda parte del libro. In essa la giovane Edith cerca di trovare sé stessa in un mondo che si è buttato la guerra alle spalle, che non vuole sentire parlare di sofferenze e che guarda con sospetto i sopravvissuti. Non è facile vivere come se non fosse accaduto nulla tanto che, come racconta, diventa prepotente in lei il bisogno di scrivere.
Dopo varie vicende, approda in Italia, che sente subito come un porto sicuro, e ne adotta la lingua. Tutte le sue opere (ha scritto poesie e romanzi, ha sceneggiato e diretto tre film e svolto attività teatrale) nascono in lingua italiana. "La lingua ungherese mi ferisce ancora" ha affermato ricordando che coloro che la strapparono dal suo villaggio furono fascisti ungheresi, quei fascisti che all'alba buttarono in aria le scodelle con la pasta lievitata che la mamma avrebbe infornato quel giorno: il pane perduto che la povera donna pianse per tutto quell'ultimo viaggio doloroso.
Ama dire di sé: "Sono una vecchia bambina di tredici anni che ama la vita. Amo la vita e l'ho difesa con tutte le mie forze".
Il romanzo si conclude con una graffiante e commovente Lettera a Dio. Il libro è vincitore del Premio Strega 2021. Romanzo agile che si legge d'un fiato.
Per approfondire la conoscenza di Edith Bruck si consiglia l'ascolto di sue interviste facilmente reperibili su YouTube, in particolare quella rilasciata a Stefano Mario Paci - La crepa e la luce - per il Meeting di Rimini 2021.
Sarebbe bello incontrarla di persona. il Papa lo ha fatto andandola a trovare a casa sua.
Link per seguire alcune interviste a Edith Bruck:
Edith Bruck racconta Auschwitz
Soul, Edith Bruck ospite di Monica Mondo
La crepa e la luce, Intervista a Edith Bruck per il Meeting di Rimini
Documentario: Dove ti portano gli occhi, a colloquio con Edith Bruck

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